Le dodici stanze del desiderio e l’alchimia del soggetto
Dai dodici segni al Due di Coppe: Lacan, Etteilla e teosofia in un viaggio sul desiderio, la mancanza e la forma simbolica dell’unione.
C’è un parallelo che mi torna in mente da giorni, anche se so bene che va maneggiato con prudenza: Lacan da una parte, Etteilla dall’altra. Da un lato la psicoanalisi, il soggetto diviso, il linguaggio, il desiderio e la mancanza. Dall’altro il tarocco esoterico, lo zodiaco, l’alchimia, gli elementi, gli umori e il Libro di Thot. So che non sono la stessa cosa, però a volte due sistemi lontani possono essere accostati perché sono due modi diversi di guardare la stessa frattura.
Il punto di contatto è questo: l’essere umano non nasce completo.
L’individuo si forma attraverso passaggi, immagini e mancanze dolorose. In Lacan questa formazione appare come una frattura strutturale, invece, nella matrice astrologico-alchemica che possiamo ricavare dal mondo di Etteilla può essere letta come una ruota simbolica dell’opera interiore.
Etteilla è una figura decisiva perché codifica e diffonde uno dei primi sistemi moderni di tarocco divinatorio, producendo un mazzo esplicitamente pensato per la divinazione. Una macchina simbolica complessa basata su un sistema in cui astrologia, elementi, umori, alchimia e mito egizio si intrecciano. Nelle sue opere compaiono lo zodiaco, l’astrologia del Libro di Thot, le alte scienze, le sfumature dell’opera filosofico-ermetica. Naturalmente bisogna essere chiari: l’origine egizia del tarocco, cara all’ambiente di Court de Gébelin e poi a Etteilla, non è una verità storica documentata. È una genealogia mitica.
Ma le genealogie mitiche, nel campo esoterico, hanno comunque una funzione. Non dimostrano l’origine storica di un oggetto, ma mostrano il modo in cui quell’oggetto è stato caricato di senso. Etteilla ci interessa perché costruisce un tarocco cosmologico dove la carta diventa una stanza dell’universo, un punto in cui il destino umano, la materia e l’operazione interiore si toccano.
Qui bisogna evitare una semplificazione moderna; non possiamo dire che l’alchimia riguardi semplicemente la materia e Lacan semplicemente il soggetto. Nell’immaginario ermetico la materia non è mai materia morta, essa è deposito di corrispondenze che può essere specchio dell’uomo. Per questo l’operazione sulla materia è anche operazione sull’operatore. L’alchimista lavora dentro una rete simpatica, dove macrocosmo e microcosmo si rispondono.
Il legame fra materia e uomo è simpatetico.
Il corpo, il cielo, l’anima non sono compartimenti separati. Sono livelli diversi di una stessa trama. In questo senso la matrice astrologico-alchemica non descrive semplicemente dodici caratteri psicologici (come erroneamente l’oroscopo dei quotidiani ci fa credere). Descrive dodici modi attraverso cui la materia dell’uomo viene accesa, fissata, spezzata, purificata, messa in relazione, dissolta e ricomposta.
Lacan si presta a una lettura attraverso i dodici segni zodiacali (sperando che i puristi dell’argomento mi possano perdonare).
L’individuo, per lui, non si forma come sviluppo armonico di una natura interiore. Si forma attraverso tre grandi registri: Immaginario, Simbolico e Reale. Lo stadio dello specchio introduce il soggetto a un’immagine unitaria di sé, ma questa unità è già una forma di alienazione. Il bambino si riconosce in un’immagine esterna e anticipa una totalità che non possiede ancora. Identificandosi con una forma che lo sostiene, ma che nello stesso tempo lo inganna.
Poi entra in gioco il Simbolico che porta con sé il linguaggio, la legge, il Nome-del-Padre, il divieto, la rete dei significanti. Il soggetto riceve un posto, ma quel posto lo divide dalla natura. Non è più pura vita, puro corpo: esiste perché qualcuno ha parlato di lui, per lui, prima ancora che potesse farlo da sé. Il suo nome gli è stato dato, il suo desiderio si è formato dentro una rete di aspettative altrui, il suo posto nel mondo era già scritto in una struttura che esisteva prima di lui, e che continuerà a parlare attraverso di lui senza che se ne accorga. Il fallo, in Lacan, non è l'organo maschile ma il significante che nomina proprio questo scarto: organizza il gioco dell'avere e dell'essere, del desiderare e del non poter coincidere con ciò che si desidera. Il soggetto non possiede mai la chiave della propria completezza, e di conseguenza la cerca nell'immagine, nell'amore, nel corpo dell'altro, nel nome e nel riconoscimento; ma qualcosa sfugge sempre.
Se mettiamo Lacan accanto alla ruota zodiacale, allora i dodici segni possono diventare non dodici tipi psicologici, ma dodici stanze dell’opera. Premetto che con questo gioco non eviscierò davvero la struttura lacaniana ma la prenderò in prestito.
Ariete è il primo elemento della vita. Rappresenta per analogia la scintilla che trattiene ancora il suo potenziale di esser fuoco. Prima ancora dell’io c’è una forza che possiamo riassumere in fame, bisogno, tensione ed energia. Il vivente non è ancora soggetto, non è ancora immagine, non è ancora nome. È un incendio che chiede di entrare nel mondo e divampare.
Toro è la prima coagulazione. La vita si fa corpo, bisogno e possesso. Conosce la materia. Qui possiamo vedere il corpo prima dello specchio: un corpo percepito ma ancora non ordinato in una figura unitaria. Il Toro ci fa capire che noi siamo corpo, ma il soggetto non coincide ancora con esso perché deve sperimentarlo e capire che è cosa buona.
Gemelli introduce la frattura del linguaggio. La sua forza è quella di esser il segno della duplicazione, della parola e del segno che rimanda sempre a un altro segno. Qui il soggetto entra nella catena significante e non c’è più immediatezza. Ogni parola porta con se uno scarto. Ogni nome crea un confine. Ogni identità dipende da parole ricevute dall’Altro.
Cancro è la matrice e il contenitore. Incarna il campo del desiderio dell’Altro primario, spesso pensato attraverso la figura materna. Il bambino non desidera ancora in modo autonomo ed è immerso nella domanda dell’Altro. Vuole essere ciò che completa l’Altro. Qui nasce una delle grandi illusioni: credere che esista una fusione originaria perduta, una casa di benessere assoluta da ritrovare.
Leone è lo stadio dello specchio. L’immagine. Il soggetto si vede intero, sovrano e luminoso. Ma quella sovranità è già alienata (del resto combatte sempre per affermarsi). Il Leone ci mostra la nostra immagine che nasce dall’io immaginario, costruito su un riconoscimento che è anche un misconoscimento. Determiniamo con forza solare ciò che siamo e non siamo, secondo quello che abbiamo appreso.
Vergine è la separazione analitica. Dopo l’ebbrezza dell’immagine leonina, arriva il taglio. Bisogna distinguere, classificare e purificare. Cosa è mio? Cosa viene dall’Altro? Cosa appartiene al corpo? Cosa appartiene al linguaggio? In alchimia è una fase di separazione e purificazione. In Lacan può ricordare il passaggio dal fascino dell’immagine alla struttura del simbolico.
Bilancia è l’ingresso nella relazione e nella legge dello scambio. La Bilancia cerca proporzione, equilibrio e reciprocità verso l’esterno. Lacan mostra che tra soggetto e Altro c’è sempre uno scarto, qualcosa che non viene compreso o che non possiamo sperimentare. Il rapporto amoroso tenta di scrivere per darci una forma, ma il desiderio introduce sempre asimmetria, perché l’altro non è mai semplicemente l’altra metà ma una nostra proiezione del nostro manifesto e del nostro profondo.
Scorpione è la putrefazione alchemica. La discesa nella sessualità, nella morte, nella castrazione e nel godimento. Qui io vedo il parallelo con Lacan. Il soggetto scopre che il desiderio non è una cosa pulita, comprendendo che non è semplicemente amore ma è la proiezione di una pulsione, un oggetto perduto da fare proprio. Lo Scorpione è il punto in cui il soggetto incontra il reale del godimento, cioè qualcosa che non si lascia addomesticare dal linguaggio e per questo può averne paura.
Sagittario trasforma la ferita in dottrina, mito, legge, visione. Dopo la discesa scorpionica, il soggetto cerca un senso superiore. Vuole ordinare ciò che ha incontrato per dare una direzione al trauma e creare una narrazione alla mancanza. Qui possiamo leggere l’effetto stabilizzante del Simbolico: la legge, il Nome-del-Padre, la credenza, il racconto che non elimina la ferita, ma le dà una forma.
Capricorno è la cristallizzazione. L’individuo assume una posizione nel mondo, un ruolo e un nome sociale. Diventa un coagulatio dell’identità che è sempre una costruzione simbolica e che vive nella forza del nome che dà stabilità, ma non coincide con il soggetto. Il soggetto resta diviso rispetto al posto che occupa.
Acquario rompe la forma consolidata. Introduce l’Altro collettivo ponendoci davanti a differenza e estraneità, che culmina nella possibilità di vedere le strutture dall’esterno. Siamo nel momento in cui soggetto comprende che il suo posto nel Simbolico non è naturale. Le leggi, i nomi, i ruoli, i significanti che lo reggono sono costruiti. Funzionano, ma non sono eterni.
Pesci è la dissoluzione finale. Non come ritorno ingenuo all’unità, ma come bagno alchemico in cui l’identità si scioglie e resta qualcosa di più difficile da nominare: il sogno, la visione e tutto il resto che ancora non ha un nome. Potremmo avvicinarlo al concetto di sinthome: non la guarigione come completezza, ma un modo singolare di tenere insieme corpo, linguaggio, desiderio e godimento.
Il cuore del parallelo, allora, è questo: i dodici segni descrivono simbolicamente ciò che Lacan descrive strutturalmente.
La ruota zodiacale afferma che la materia nasce, prende corpo, parla, si lega, desidera, muore, si trasforma, si ordina, si rompe e si dissolve. La teoria lacaniana permette, per analogia, di leggere che il soggetto nasce nel campo dell’Altro, si aliena in un’immagine, viene tagliato dal linguaggio, cerca nell’amore e nel sesso una completezza che non può essere scritta, e infine deve trovare un modo di riempire la propria mancanza.
Significa che non esiste una formula ultima capace di far coincidere pienamente il soggetto con l’Altro. Non esiste una proporzione naturale che unisca il rapporto fra due desideri, perché una metà non può completare l’altra metà. Non c’è una coniunctio perfetta, sul piano umano, che possa chiudere per sempre la frattura.
Ma questo non vuol dire che ogni unione sia falsa.
Qui entra, per me, il Due di Coppe.
L’unione esiste quando l’idea, il simbolo e l’immagine interiore di una persona vengono condivisi e vissuti dall’altro. Non quando l’altro mi completa come pezzo mancante. Non quando diventa lo specchio perfetto della mia fantasia. L’unione diventa reale quando ciò che porto come segno viene accolto dall’altro senza essere divorato, e quando io sono capace di accogliere il segno dell’altro senza ridurlo immediatamente al mio bisogno.
Il Due di Coppe non è soltanto la carta dell’amore ma vive come la carta della relazione simbolica. Due coppe restano due. Non si fondono in un unico recipiente indistinto e proprio per questo possono rispondersi. La distanza non viene cancellata ma viene ritualizzata e lo spazio fra i due diventa la condizione stessa dello scambio.
In Etteilla possiamo vedere la condizione concettuale di questa unione come simpatia, corrispondenza e legame fra poli e nei Rider-Waite-Smith questa condizione diventa immagine ancora più chiara grazie alla fine estetica di Pamela Colman Smith. Nel Due di Coppe del RWS non leggiamo soltanto “unione”. La vediamo accadere. Due figure si fronteggiano e si offrono le coppe. Sopra di loro compare un segno ermetico, mercuriale e alchemico. Non c’è fusione, ma riconoscimento che passa attraverso un patto condiviso.
A questo punto si può aggiungere un terzo livello: quello delle forme-pensiero nella teosofia.
Annie Besant e Charles Webster Leadbeater, in Thought-Forms, partono da un’affermazione che appartiene al linguaggio occulto del loro tempo: i pensieri sono formazioni sottili, immagini vive e configurazioni della materia mentale e astrale. Ogni pensiero, soprattutto quando è caricato da emozione e desiderio, produce una forma percepibile per la sua presenza di natura simbolica.
La cosa interessante è che la teosofia introduce un passaggio intermedio fra Lacan e il tarocco: ciò che il soggetto immagina non resta semplicemente dentro di lui ma prende forma per circolare e tocca l’altro. Può essere accolto, respinto, deformato e alimentato. In altre parole, l’immagine interiore non è mai del tutto privata.
Questa intuizione è decisiva per il discorso sull’unione.
Se Lacan ci dice che non esiste una formula naturale capace di far coincidere pienamente il soggetto con l’Altro, la teosofia ci permette di pensare un’altra cosa: tra due soggetti può formarsi una terza realtà immaginale, una forma-pensiero condivisa (parliamo di una Eggregora buona) nata dal loro scambio, dalla loro attenzione reciproca e dal modo in cui ciascuno nutre l’immagine dell’altro.
L’amore, letto così, non è solo sentimento. È costruzione di una forma.
Due persone non si uniscono perché diventano una sola sostanza. Si uniscono quando cominciano ad alimentare una medesima immagine, o meglio, quando l’immagine che ciascuno porta dell’altro trova una risposta reale nell’altro. Qui la forma-pensiero diventa una specie di ponte. Non elimina la distanza, ma ci permette di attraversarla. Non cancella l’asimmetria, ma le dà una figura che possiamo capire e sperimentare.
Questo permette di rileggere anche il Due di Coppe in modo più profondo. Nella carta non vediamo soltanto due persone che si scambiano un sentimento. Vediamo la nascita di una forma comune. Le due coppe sono ancora separate, come separati restano i due soggetti. Ma sopra di loro appare un terzo elemento: il segno ermetico, il caduceo, la testa leonina, la forza sottile che si forma nello spazio fra i due. Quello spazio non è vuoto ma è il luogo della forma-pensiero della relazione.
Naturalmente, bisogna stare attenti. Una forma-pensiero condivisa può elevare, proteggere, nutrire ma può anche imprigionare. Due persone possono alimentare un’immagine nobile del loro legame, ma possono anche restare prigioniere di una fantasia comune, di una proiezione reciproca di una figura costruita sul bisogno, sulla paura, sulla dipendenza e sulla gelosia.
Questo succede perché il simbolo dell’altro non è mai l’altro. L’immagine dell’altro non coincide mai con la sua verità. La forma-pensiero della relazione può diventare un ponte solo se resta aperta, se non pretende di sostituirsi alla persona reale. Quando invece la forma-pensiero diventa più importante dell’altro, allora il legame si trasforma in cattura immaginaria. Non amo più l’altro: amo l’immagine che ho costruito e che pretendo che l’altro continui a incarnare.
Il Due di Coppe, nella sua lettura più alta, è il momento in cui due soggetti accettano di costruire una forma comune senza confondersi con essa.
Lacan mostra la frattura del soggetto e l’impossibilità di una coincidenza piena con l’Altro. Etteilla conserva la logica delle corrispondenze, dove uomo, cielo e materia partecipano di una rete simpatica. La teosofia aggiunge che ogni immagine intensamente pensata e desiderata può diventare forma, può abitare lo spazio sottile fra le persone perché vive in una “liturgia” simbolica.


