Fra due fuochi
Purificazione e passaggio rituale presso i Mongoli
Ispirato al manga Jaadugar © Tomato Soup / Akita Shoten. Edizione italiana: J-POP Manga.
Prima di essere ricevuto da un principe mongolo, lo straniero doveva attraversare uno spazio preciso: quello compreso fra due fuochi accesi ai lati del suo cammino.
Giovanni da Pian del Carpine, inviato da Innocenzo IV presso i Mongoli fra il 1245 e il 1247, ne diede una delle descrizioni più precise che possediamo in Occidente: due lance piantate accanto alle fiamme, unite in alto da una corda a cui erano legate strisce di tessuto; sotto quella corda passavano uomini e cose, mentre due donne ai lati aspergevano acqua pronunciando formule. Ogni simbolo è disposto in modo da creare una soglia che separa lo spazio dell’Ordu (l’accampamento) dal mondo esterno.
Per capire il rito conviene partire da una domanda meno scontata di quanto sembri: che cosa, esattamente, si intendeva allontanare?
Il male come disordine, non come colpa
Nel mondo religioso mongolo ciò che il fuoco doveva rimuovere non coincide necessariamente con il peccato. È piuttosto una forza nociva aderente alla persona o agli oggetti: contaminazione legata alla morte, cattiva sorte, influsso ostile, un sortilegio, un veleno nascosto in un dono, la disgrazia di chi era stato colpito da un fulmine. Lo stesso Pian del Carpine riporta la spiegazione ricevuta quando lui e i suoi compagni esitarono davanti al rito: se progettavano qualche male contro il loro signore, o portavano veleno, il fuoco avrebbe eliminato ogni danno.
Non si tratta dunque di un tribunale che accerta colpa o innocenza. Il rito agisce prima e a prescindere da qualunque prova: lo straniero è pericoloso non perché sia accusato di qualcosa, ma perché arriva da uno spazio che la corte non controlla.
Un’azione sull’intenzione, non solo sulla sostanza
Il fuoco toglie all’uomo la possibilità di compiere qualcosa di malvagio e rende inefficace l’azione nociva prima ancora che si compia. Per questo l’ambasciatore straniero attraversava le fiamme, perché poteva avvicinarsi al khan con intenzioni che nessuno era in grado di verificare.
È una concezione che non separa nettamente pensiero, oggetto e azione: un’intenzione, ricordiamo, gode di “vita propria” e può aderire a una persona, accompagnare un dono, entrare in un accampamento. Il fuoco interrompe questa continuità.
Al rito erano sottoposti anche i familiari di un defunto e i suoi oggetti e, come avevamo accennato, chi era stato colpito da un fulmine, senza dimenticare animali, tende e carri ritenuti “contaminati”. Guglielmo di Rubruck, giunto alla corte mongola nel 1253, racconta che tutto quanto veniva inviato all’ordu passava tra i fuochi; vide personalmente purificare in questo modo il corredo di una donna morta, prima che potesse tornare in circolazione nell’accampamento. La biancheria e le suppellettili dei defunti restavano esclusi dalla comunità finché non avevano attraversato la soglia. A sua volta, riferisce che dopo alcune trasgressioni legate al fuoco o allo spazio domestico si pagava un officiante perché purificasse la tenda con lo stesso procedimento; e descrive due donne che affiancavano il rito aspergendo acqua e pronunciando formule, segno che non era il calore in sé a compiere la purificazione, ma l’insieme ordinato di fuoco, acqua e parola.
Possiamo intuire che i due fuochi costruiscono un corridoio. Non basta avvicinarsi alla fiamma, bisogna attraversarla, entrare da un lato e uscire dall’altro. I due fuochi delimitano una fascia liminale, nella quale chi la attraversa non appartiene più alla condizione precedente, ma non è ancora entrato in quella successiva. È in questo intervallo che il rito opera contro il male e lo ferma.


